C’era una volta, in una piccola stanza illuminata solo da una lampada verde, un uomo che scriveva come se scavasse. Le sue dita battevano la tastiera con la stessa meticolosità di un archeologo che staccasse strati di terra per trovare ossa antiche. Ogni paragrafo era una trincea, ogni nota a piè di pagina un fossile. Il suo nome era Pietro (Peter nella lingua che suonava più lontana), e aveva scelto di raccontare del Pianeta Sconosciuto come se fosse una confessione: non per convincere, ma per ricordare.

Il Pianeta Sconosciuto non era in cielo. Non orbitava attorno a stelle familiari né brillava di metalli noti. Esisteva come idea, incarnazione della possibilità: un mondo che si manifestava solo a chi aveva smesso di credere che la scienza fosse una lista di verità intoccabili. Le sue coste erano fatte di domande; le sue montagne, di ipotesi. Chi vi approdava perdeva la certezza e acquistava la meraviglia.

The book serves as a "best of" for the unexplained, categorized into several fascinating domains:

In the realm of "fantarcheologia" (pseudoarchaeology), few names resonate as powerfully as Peter Kolosimo . His 1969 work, Il pianeta sconosciuto

A distanza di oltre 50 anni, il libro affascina per tre motivi:

: Reinterpreting ancient myths and artifacts as physical evidence of extraterrestrial visits. Geological Mysteries